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IL RAGAZZO E L’AIRONE: Hayao Miyazaki e la mitologia contemporanea.

Aggiornamento: 15 gen



Siamo ufficialmente entrati nel 2024. Durante i festeggiamenti del primo dell’anno, i fan del cinema d’animazione hanno avuto modo di veder approdare nelle sale italiane un piccolo regalo del regista nipponico Hayao Miyazaki. L’articolo di oggi, come da titolo, riguarderà Il ragazzo e l’airone (2023), l’ultima fatica del regista. Da ormai diversi anni lo studio Ghibli con i suoi film fa sognare adulti e bambini, accaparrandosi meritatamente un posto d’onore tra le case di produzione agli occhi dalla critica cinematografica mondiale e superando abbondantemente la barriera orientale.

La domanda da cui ci piacerebbe partire oggi nella nostra analisi è quindi la seguente: Com’è possibile? Come possono dei film, con una trama apparentemente semplice e ricchi di elementi fantastici, stregare un pubblico sia adulto che infantile allo stesso modo? Certamente la qualità delle animazioni, lo stile unico del regista, il carisma dei personaggi ed i racconti tanto teneri quanto toccanti sono in grado di colpire chiunque e di fare breccia nel cuore di persone di tutte le età. Da un punto di vista psicologico e psicanalitico, però, potremmo provare a cercare una spiegazione ulteriore, che affondi le radici nelle profondità della struttura stessa di questi racconti.

 




 

Se ci si pensa con attenzione, quasi la totalità dei film di Miyazaki raccontano una storia di cui sogni o timori vengono vissuti, in maniera più o meno simbolica, da tutti i bambini del mondo. Pensiamo, ad esempio, a La città incantata (2001): il viaggio di una bambina in un mondo fantastico che ha il suo inizio con la perdita dei genitori ed il suo conseguente senso di abbandono.

Il mitologo Joseph Campbell ne L’eroe dai mille volti, un saggio del 1949, basandosi sulla teoria psicanalitica ed in particolare sui contributi di Carl Gustav Jung, ipotizzò l’esistenza di un monomito, ovvero una struttura a priori comune ad ogni mito ed ogni fiaba mai scritta dall’uomo a prescindere dalla cultura di provenienza. Secondo l’autore questa struttura archetipica si fonderebbe su tre fasi principali: la rottura dell’equilibrio iniziale, il viaggio dell’eroe ed il suo ritorno a casa. Campbell sostiene che ogni protagonista, solitamente tale in quanto predestinato, sia costretto ad affrontare una serie di sfide, ad allontanarsi da casa con l’obiettivo implicito scoprire sé stesso e crescere, per riuscire a ripristinare l’equilibrio di partenza, ma con una differenza sostanziale, ovvero il nuovo status da lui acquisito.

Riflettendoci un attimo ci si può rendere conto di quante opere narrative nella storia dell’uomo seguano pedissequamente questo schema, aldilà dei soli miti e fiabe. La spiegazione di Campbell a questo fatto è che quello da lui descritto sia la forma archetipica della storia di vita di ogni uomo, nonché la struttura di ogni rito di passaggio. La nostra intera vita è in effetti scandita da svolte narrative di questo tipo: un susseguirsi di momenti in cui dopo un certo avvenimento il nostro ruolo nella società cambia radicalmente. Ciò che infatti accade nei riti di passaggio, antichi o moderni che siano, è analogo: allontanamento dalla propria comfort zone, cambiamento del proprio status e ritorno alla situazione iniziale, ma con qualcosa di diverso.

Il ragazzo e l’airone, come altri film del regista giapponese, è un esempio perfetto di opera il cui l’arco narrativo segue il calco dell’archetipo appena descritto. Mahito si trova a dover affrontare il lutto della morte della madre e a doverlo superare simbolicamente salvando la nuova moglie del padre. Il rito di passaggio messo in scena in questo caso è quello della separazione dalla madre, nel caso specifico di Mahito, dall’idea della madre, ovvero l’accettazione del lutto e del fatto che il padre sposi un’altra donna. Il primo rito di iniziazione - in termini psicanalitici, nonché l’unico comune a tutte le culture e alla stragrande maggioranza degli individui - è l’Edipo freudiano, ovvero la separazione del bambino dalla madre ad opera del padre. Attraverso questo processo il bambino si riconosce come altro dalla madre, riconosce il proprio limite di potere ed il valore dei limiti e della legge. Questo primo allontanamento dal luogo delle origini, vale a dire dalla madre (o dalla Cosa in senso lacaniano), è seguito da ulteriori passi verso l’indipendenza che segnano, in maniera diversa a seconda delle culture, nuovi riti di passaggio. Un esempio occidentale e contemporaneo può risiedere nel processo di separazione-individuazione dal nucleo famigliare tipico dell’adolescenza, oppure ancora al valore che nella società occidentale ha l’andare a vivere da soli, sposarsi o convivere. Rielaborando le parole di Donald Winnicott potremmo dire che crescere altro non sia che un progressivo emancipazione ed allontanamento dalla madre.


 


Nel caso di Mahito l’elaborazione del lutto è intrinsecamente legata alla separazione edipica. Il gesto autopunitivo ed autolesionista del colpirsi la testa con il sasso, che assume poi la funzione di porta di accesso al mondo magico, potrebbe essere interpretato da una parte come un tentativo sadico di creare dispiacere al padre, dall’altra come un tentativo di infliggere dolore alla madre internalizzata. Nell’interpretazione psicodinamica del lutto, infatti, il forte senso di mancanza è causato dalla libido rimasta ancorata all’oggetto perduto. Nel tentativo di non perdere la persona amata, questa viene mantenuta all’interno del sé come ricostruzione interna. Reazioni di questo tipo si possono poi tradurre, tra le altre cose, in una forte rabbia covata verso l’oggetto per essere venuto a mancare, sfogando poi queste frustrazioni non sull’oggetto reale, in quanto assente, ma sulla sua ricostruzione interna, di conseguenza contro il Sé.

Il grande viaggio nell’aldilà alla ricerca della zia, ovvero la nuova moglie del padre, simboleggia da una parte il superamento del rapporto duale assoluto con la madre, ovvero il momento in cui madre e figlio sono il tutto l’uno per l’altra, e dall’altra racconta la risoluzione del conflitto con il padre e l’identificazione con il suo punto di vista.  Da una prospettiva psicanalitica potremmo dire che la separazione di Mahito dalla madre corrisponde con il superamento del lutto, ovvero con la separazione del protagonista dall’oggetto perduto per spostare la libido in esso investita verso altri oggetti. Se all’inizio della pellicola Mahito non accetta che il padre abbia un'altra donna perché lo vive come un tradimento alla madre (e quindi a Sé), è proprio tramite il viaggio magico che il bambino riesce a capire la scelta del padre e ad immedesimarsi con lui superando il conflitto. Salvare la zia dalla morte, così come lasciare andare la madre accettandone il destino, sono chiari punti di svolta nel cambiamento del personaggio.

Il viaggio nel mondo magico, aperto dall’automutilazione come espressione fisica del tentativo di affrontare qualcosa di interno e celato, si manifesta con l’incontro dell’airone. Inizialmente minaccioso e poi, come spesso accade nello step archetipico del varco della soglia, si tramuta in aiutante del protagonista. Il percorso affrontato da Mahito si struttura come un susseguirsi di incontri di persone e animali, ritratti sempre come simboli del rapporto che intercorre tra la nascita e la morte.

L’incontro conclusivo, nonché l’apice del viaggio di Mahito, è quello del protagonista con il prozio, una sorta di padre metaforico, “Dio” del luogo nel quale il nostro protagonista si trova. La proposta dell’anziano uomo, anch’egli come Mahito un predestinato, è quella di prendere il suo posto nell’essere garante degli equilibri dell’instabile mondo magico. Il ragazzo, però declina l’offerta: i grandi poteri che ne sarebbero derivati non possono sostituirsi al portare a termine la missione personale al quale è chiamato. Mahito ora è molto più consapevole: sa bene che cosa vuole poiché, come ogni eroe, ora è cambiato, ora è pronto a lasciare andare le proprie ombre, a liberare la libido intrappolata dal lutto e, citando la sua tanto semplice quanto commovente espressione, è “pronto a farsi degli amici”. Non sceglie perciò la possibilità di rifugiarsi in un mondo fantastico, bensì affronta coraggiosamente le conseguenze di un mondo reale nel quale la madre non c’è più. Il commovente dialogo che ha con la sua controparte femminile, nonchè personificazione infantile della madre, ne è grande testimone. Mahito è quasi sorpreso dal fatto che la madre scelga di tornare con lui nel mondo reale, nel quale sa già che morirà. Tuttavia, la possibilità di mettere al mondo il figlio supera questa paura e con guardo commovente si rivolge al figlio ed entra nella porta. In quest’ultimo sguardo che i due si scambiano ritroviamo tutta la forza di questo film: l’elaborazione del lutto è compiuta e Mahito, resosene conto, la lascia andare.

 




 

Come ogni opera di autori molto noti, è stata fonte di chiacchiericci già dai primi istanti dopo l’uscita al cinema. La critica mossa con maggiore frequenza è stata quella relativa ad una presunta scarsa profondità. La domanda più frequente, ancora, <<Conosco davvero il protagonista alla fine del film? Conosco la sua storia?>>. La risposta che noi diamo a questo quesito è a sua volta una domanda: è davvero necessario? Mahito siamo noi ed è superfluo avere ulteriori informazioni a riguardo. La forza di molto del cinema di Hayao Miyazaki sta proprio qui: nella capacità di parlare di chiunque, in maniera diversa a seconda dell’età, pur preoccupandosi soltanto di parlare di sé stesso. Le nostre vite sono tutte accomunate da una struttura narrativa comune, un po’ per cultura, un po’ per l’esistenza di tappe biologicamente fisse, un po’ per la presenza vissuti (consci ed inconsci) comuni alla stragrande maggioranza degli esseri umani. Quindi l’asciuttezza nella caratterizzazione dei personaggi non può essere comunamente confusa con una mancanza di profondità psicologica del film. Questo è ciò che crediamo l’arte, compreso il cinema, debba fare: raccontare di noi, parlare di noi, darci nuove forme per spiegarci il mondo e raccontarci le cose, proprio come un tempo facevano i miti. Se non avete mai avuto il piacere di sperimentare – perchè è in tutto e per tutto un’esperienza – la potenza dei film d’animazione dello Studio Ghibli, vi consigliamo vivamente di farlo. Da Il mio vicino Totoro (1988), a Si alza il vento (2013), passando per Porco Rosso (1992), ogni film saprà offrirvi una magica avventura dal quale non vorrete svegliarvi.

 

Samuele Antonioli e Marta De Chiara

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