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  • Immagine del redattoreMonolite Teatro

Baby Reindeer: il reale nella finzione e la finzione nel reale

La nuova serie TV scritta ed interpretata da Richard Gadd “Baby Reindeer”, uscita su Netflix poche settimane fa, è riuscita a riscuotere un successo davvero straordinario in pochissimo tempo. Ad essere raccontata è una storia di stalking, di abuso sessuale, di fallimento e, soprattutto, un racconto di una sincerità quasi autolesionistica che sembra aver fatto breccia anche nel palato spesso più morbido e morigerato del pubblico generalista.

La domanda a cui vorremmo provare a rispondere oggi è: perché?

Ci siamo presi un paio di visioni e qualche settimana di tempo per parlare di un prodotto che crediamo abbia colto in pieno alcuni lati dello spirito del nostro tempo. La caratteristica cardine della serie, assente nelle informazioni fornite nella narrazione, ma centrale nel racconto social e pubblicitario che ci si è costruito attorno è: la storia mostrata nella serie è la vera storia di vita del suo attore protagonista (Richard Gadd).





In realtà, a dire dello stesso autore, non è esattamente così: ciò che avviene nelle puntate è ispirato a fatti personali, e su questa piccola differenza sarà necessario tornare più avanti, ma ciò agli occhi del pubblico non sembra essere minimamente rilevante. Nella percezione comune la narrazione sembra essere stata vissuta come una trasposizione fedele in toto alla realtà. Ne sono una prova le ricerche compulsive di informazioni sulle persone reali che stanno dietro ai caratteri della serie e le conseguenti shitstorm subite dagli individui in questione. Girano ormai da settimane, ad esempio, notizie su chi sia la vera Martha o il vero autore dello stupro ai danni di Gadd e si è addirittura svolta con la “vera Martha” allo show di Piers Morgan.

Lasciando da parte tutto ciò, la domanda che rimane è: perché questo scoglio di realtà in una storia di finzione ci colpisce così tanto? In primis, a nostro parere, il motivo è che il racconto di Gadd odora di verità, è colmo di tutte le contraddizioni e le sfumature che caratterizzano le nostre vite ed il protagonista sembra non vergognarsi di nulla. L’impressione è quella di star ascoltando una confidenza intima di un amico e, se sommiamo a ciò alla presunzione di verità prima citata, è possibile faccia scattare nel pubblico l’effetto gossip, ovvero che ci spinga a vivere il tutto come un qualcosa di reale, di tangibile e, quindi, di rilevante. La narrazione, in questi termini, è sviluppata in maniera davvero efficace. Tutte le svolte, i dialoghi, gli archi narrativi dei personaggi e persino il finale, sono imprecisi, maldestri, sfumati e sudici come lo sono le storie di tutti noi. Forse, soprattutto, le storie che ci vergogneremmo di raccontare.

La spiegazione, però, non può esaurirsi con ciò. Stiamo soprassedendo ad un aspetto importantissimo del successo di questo prodotto, ovvero il dolore vissuto dal protagonista che viene magistralmente raccontato e che trasuda da ogni inquadratura. Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han nel suo piccolo saggio La società senza dolore (2021) ha introdotto il concetto di pornografia della violenza. Secondo l’autore una delle peculiarità del nostro tempo è quella di rigettare il dolore, di trattarlo come un cancro da rimuovere, da cancellare in toto dalle nostre vite. In tutto ciò, il ruolo della “pornografia della violenza”, ovvero delle rappresentazioni mediatiche di sofferenza, sarebbe secondo l’autore quello di desensibilizzarci al dolore nostro e dell’altro.

“Nei film si assiste a un «grado fuori dal comune di gelida atrocità». Il «sincronismo per cui, tra due filmati di soggetto gradevole e rilassante, si vedono interpolate le immagini di una catastrofe che in quel momento sta devastando una parte del pianeta» rende apatici. (…) La disciplinarizzazione del vedere non rientra tra le pratiche culturali della nostra epoca. I media digitali non sono media disciplinari. Oggi non viviamo nella società disciplinare, bensì in quella del consumo, che rende ogni cosa consumabile. Persino nei confronti delle immagini di violenza abbiamo una relazione pornografica. Coi film e i videogiochi ci dedichiamo letteralmente al porno della violenza, che rende addirittura l’atto di uccidere una circostanza priva di dolore. Le immagini di violenza pornografiche sortiscono l’effetto di un analgesico. Ci rendono insensibili nei confronti del dolore altrui.”

La società senza dolore, Byung-Chul Han (2021)

Al discorso di Byung-Chul Han, a nostro parere, sfugge però una dinamica piuttosto tipica della nostra epoca e in aperta contraddizione con la sua tesi, ovvero la ricerca volontaria di molti spettatori di fruire di contenuti che li facciano soffrire. La ricerca di prodotti artistici tramite i quali decidiamo sperimentare malessere o tristezza non crediamo si possa esaurire circoscrivendo tutto ad un’istanza masochistica insita in alcuni soggetti. Un esempio calzante in merito può essere individuato nell’esaltazione della sofferenza presente in artisti oggi molto apprezzati (Lars Von Trier, Lil Peep, Radiohead, solo per fare alcuni esempi).

Una spiegazione che si potrebbe avanzare è che, semplicemente, il soffrire per qualcosa, l’essere così capaci di empatizzare e scavare dentro di sé, ci faccia apparire come sensibili e quindi belli agli occhi degli altri. È possibile, ma appare una risposta un po’ semplicistica.

Se provassimo invece a prendere per vera, a livello macrofisico almeno, l’ipotesi di una tendenza occidentale a cancellare la sofferenza, potremmo supporre sia proprio nel progressivo diminuire del dolore nelle nostre vite che questo venga a costituirsi come il grande rimosso e, quindi, come ogni altro rimosso, abbia trovato una strada per riemergere. Una di queste strade potrebbe passare proprio per fenomeni come questo. Nel tentativo di spiegare questa dinamica il termine a nostro parere più calzante, riprendendo appunto Byung-Chul Han, sarebbe “pornografia del dolore”. Questo perché l’opera d’arte (o di intrattenimento), in questi casi, assume il medesimo scopo del porno, ovvero spostare in una dimensione fittizia e accettabile una tensione che non si può sfogare direttamente nel proprio agito reale.

Il continuo aumento del numero di diagnosi disturbi dell’umore nei paesi occidentali, nonostante certamente influenzato anche dall’aumento dell’attenzione verso la salute mentale, testimonia infatti l’esistenza di un disagio psichico non compreso, non elaborato e di un dolore ancora molto presente in ogni sfera del nostro vivere. Se la nostra è una società senza dolore, ovvero, se soffrire non è qualcosa di socialmente “permesso” e accettato, è chiaro che i contenuti che contengono in sé il contenuto rimosso risultino innanzitutto attrattivi di per sé e che si costituiscano, in seconda battuta, come uno spazio sicuro di vivere ed esprimere una dimensione “proibita”, ma comunque irrinunciabile. Baby Reindeer, a questo proposito, è un prodotto perfetto: racconta il vero dolore di qualcuno che garantisce di aver vissuto ciò che racconta ed offre uno spazio sicuro in cui vivere in maniera accettabile il proprio malessere. Occupa un posto sul confine che rimane circoscritto nella finzione, ma sporgendosi pericolosamente sullo strapiombo della realtà.

Ma che forma ha il dolore di Donny (l’alter-ego di Richard Gadd)? Perchè “accetta” di soffrire, se non addirittura lo ricerca, in una dinamica di ciclica ripetizione della sua storia di vita? In una veste sorprendentemente maschile (perchè, nonostante la percentuale femminile sia più alta, non dobbiamo dimenticarci che gli abusi riguardano entrambi i sessi) troviamo ciò che viene superficialmente criticato nelle dinamiche di violenza: <<se ti ferisce, perchè non te ne vai?>>.

Lo stupro, e in una forma meno esplosiva, lo stalking configurano un rapporto di potere tra le due figure coinvolte: l’abusante e la vittima. In un teatro di supremazia, le due figure inscenano un legame di coppia difficile da snodare. Donny non abbandona fin da subito Darrien e Martha perchè, come in ogni rapporto abusante, anche lui è dipendente da loro. Analizzando brevemente la dinamica con il quale si è avvicinato al noto sceneggiatore, ritroviamo una narrazione che stende il tappeto rosso per un rapporto di co-dipendenza, e lo sviluppo di un possibile scenario di violenza.

Donny arriva ad Edimburgo per un festival, vuole fare il comico ma nessuno lo ascolta. Ad un certo punto riesce ad imbucarsi ad una festa, ed incontra Darrien, che gli vende una rappresentazione di sè ideale: un genio, un umorista di grande prestigio, bello, intelligente e con grandi prospettive di carriera. Lo appoggia in tutto, porta gente ai suoi spettacoli, l’autostima di Donny inizia a dipendere esclusivamente dal parere e dal sostegno di Darrien. Il sodalizio tra i due si consolida sempre di più, strappandolo via anche al rapporto con la fidanzata storica, e in cambio del futuro che Donny desidera i due si chiudono in un intimo rapporto fatto di lunghe chiacchierate alcoliche ed uno smodato uso di droga. Avviene perciò l’incastro perfetto, il frame in cui la stabilità di posizione delle due parti giustifica interiormente la violenza. Darrien vuole un uomo controllabile con cui strafarsi e soddisfare i suoi desideri sessuali, Donny vuole essere riconosciuto ed amato da qualcuno che riconosce come in grado di conferirgli valore. Donny accetta silentemente l’abuso, non perchè gli piaccia ovviamente, bensì poichè la ferita di perdere l’unica fonte mantenimento del suo ideale del Sé, che l’abusante gli sta regalando tramite una forma di ricatto implicito nel quale la moneta di scambio è la promessa di fama.

“Il rispetto che ho di me stesso è così fottutamente basso? Il mio desiderio di successo è così fottutamente grande, che deciderò di tornare ripetutamente a casa di quest’uomo e lascerò che abusi di me per un piccolo briciolo di fama.”

Ogni volta che entra nel trip, vediamo Darrien che lo adula, il volto di Donny viene illuminato da una luce angelica, per poi avere uno stacco brutale ed arrivare addirittura ad un rapporto penetrativo non consensuale. La rappresentazione di Baby Reindeer ci piace perchè rappresenta uno spaccato reale della complessità di queste narrazioni. Non vi sono irrealistiche rappresentazioni limpide del rapporto vittima-carnefice, ma situazioni sfaccettate e, quindi, ancor più disagianti.





“Iniziai a fare sesso sfrenato con persone di tutti i generi in una disperata ricerca della verità, mi mettevo in situazioni di merda in cui rischiavo di essere stuprato di nuovo nel tentativo si comprendere la prima volta. Come se facendomi ripassare da tutti come una puttana potessi liberarmi dall’idea che il mio corpo fosse parte me. Tipo: chi se ne frega se è successo prima, è successo un sacco di volte, quindi che importanza ha? Ma ne aveva”

Dopo lo stupro penetrativo, il più violento e traumatico subito, Donny entra in un grande stato confusionale. Cerca di riprodurre il trauma subito poichè vuole dargli senso, costruire una narrazione intorno ad esso. Definire ciò che ci accade e inserirlo all’interno di una storia personale coerente è di vitale importanza per noi, nel momento in cui subiamo o viviamo qualcosa che ci sembra al di fuori di questo schema cerchiamo di giustificarlo a noi stessi. Oltre al cercare di preservare la sua autostima, Donny si estranea dal suo corpo perchè pensa che sia giusto così, che forse è lui a non capire sè stesso e la sua sessualità, aspettando in qualche modo che la verità gli si presenti spontaneamente.

La dinamica psicologica che si instaura nel protagonista è quella di una continua ripetizione dell’identico, un tentativo di rivivere ciclicamente il trauma rimettendolo in scena. La volontà inconscia del protagonista da questo punto di vista, per quanto autodistruttiva, è in realtà, da un certo punto di vista, fondamentalmente speranzosa: in termini psicodinamici ogni tipo di risperimentazione post-traumatica sottende la speranza di ottenere un esito diverso, ovvero che, ad un certo punto, smetta di essere doloroso. Il pattern del protagonista sembra in questo caso ricordare il gioco del bambino traumatizzato, ovvero il tentativo ripetuto e disfunzionale di rappresentarsi e narrarsi l’avvenimento traumatico rivivendolo in uno spazio sicuro (il gioco), interpretando sia la vittima (in questo caso l’abusato) che il carnefice (l’abusante). Donny, come il bambino traumatizzato, risperimenta il trauma ciclicamente e non riesce a fare altri giochi se non quelli che lo riguardano e lo rappresentano.

Proprio in virtù di ciò, il nuovo modo di Donny di vivere la propria sessualità in maniera “violenta e sfrenata” apre in lui un grande dubbio su di sé. Da una parte è possibile che, come può accadere dinanzi al trauma, il personaggio si sia identificato con il suo aggressore, abbia cioè tentato di costruire una parte di sé più forte e con funzione difensiva, copiando i tratti di chi si era mostrato più forte e con più potere di lui, ovvero Darrien, in questo caso. Non è un caso che ora veda il suo corpo come un oggetto per il godimento degli altri, poiché questo era il modo in cui il suo aggressore l’ha considerato. Donny ha assunto il punto di vista di Darrien. D’altra parte, un elemento fondamentale in queste dinamiche è quello del rapporto tra il godimento ed il non simbolizzato. Secondo la psicanalisi ciò che è rifiutato, rimosso o escluso dalle proprie strutture coscienti e dalla propria narrazione di Sé è destinato a ritornare. Questo è ciò che Freud chiamava, appunto, il ritorno del rimosso. La “sessualità traumatica” di Donny gravita, infatti, proprio intorno al varco creato dal contenuto non simbolizzato, ai contenuti dolorosi verso cui però il protagonista si sporge costantemente, come quando ci si tocca continuamente (e ossessivamente) nel punto in cui si prova dolore. Ciò accade perché è il godimento, ovvero un forte piacere disturbato, a riempire i buchi lasciati dal contenuto traumatico non elaborato. Donny non riesce a fare a meno di affacciarsi sulla fastidiosa ed incontrollabile, ma al contempo eccitante, finestra che si è appena aperta su di sé.

“Dopo mesi di rabbia, confusione, non avevo più scelta. Arrivavo all’orgasmo in fretta, in un modo che non mi permetteva di negare che i miei desideri stavano cambiando… mi sentivo confuso mi sentivo arrabbiato mi sentivo come se stessi riaffrontando di nuovo la pubertà”

Cosa accade, quindi, nel momento in cui Donny incontra Martha? La serie TV si apre con la domanda del poliziotto: <<Perchè ha aspettato sei mesi per denunciarla?>>. È una domanda purtroppo frequente, anche in casi reali, e questa serie vi risponde con decisione. Il dilemma di Donny è quello di vivere nella necessità dell’approvazione altrui, vivere per lo sguardo dell’altro e definirsi unicamente attraverso questo. È chiaro che, in una certa misura, il bisogno di riconoscimento sia insito in qualsiasi essere umano e che chiunque si definisca sempre nel rapporto con gli altri e con il modo in cui questi ci vedono. Per Donny, però, la questione è un po’ diversa. La sua intera autostima, infatti, dipende totalmente dall’essere visto come brillante, belloccio e spiritoso da qualcuno. È come se delegasse a qualcun altro il peso di rispondere alla domanda “io chi sono? e come sono?”. Questa dinamica instaura quindi un’evidente dipendenza da parte del protagonista verso lo sguardo di chi, in quel dato momento, è stato individuato come colui che lo definisce. Nella serie questo ruolo viene preso prima da Darrien e poi da Martha. Ovviamente, però, il fatto che egli dipenda dallo sguardo di queste persone non significa che non possa essere anche disturbato o ferito dalle loro azioni.

Donny è infatti vittima del suo stesso pattern traumatico, ovvero ciò che gli impedisce di abbandonare entrambi i suoi abusanti. L’assenza di Martha presuppone per Donny l’impossibilità di essere osservato, il ritorno all’invisibilità. La risata fragorosa della stalker che invade lo spazio della sala nel momento del numero comico, è per Donny consolatoria e disturbante allo stesso tempo. In quella risata, ritrova il piacere che la relazione con Darrien riusciva a dargli: l’approvazione totale, l’attenzione assoluta. Eppure non è piacevole, eppure c’è qualcosa di sbagliato. In essa rivive l’esperienza traumatica precedente, e cerca di comprenderla investendo tutte le sue energie nella comprensione di Martha, della sua abusatrice, come se fosse custode della sua risoluzione. Non a caso la svolta finale del protagonista passa proprio per un’immedesimazione (razionale e distaccata, questa volta) in Martha al fine di comprenderla. Donny riesce a dare senso alla storia vissuta, a comprendere le dinamiche della sua stalker, rendendola tramite i suoi audiomessaggi “il podcast della sua vita”. Nell’ultima scena, infatti, simbolicamente rivive il suo primo contatto con Martha stando dall’altra parte del bancone. È solo entrando nella testa di Martha e comprendendo perché anche lui aveva bisogno di lei che Donny può riuscire ad andare oltre. Il rapporto che fino ad allora era vissuto in maniera profondamente ambivalente, quasi composto da due parti dissociate: il Donny abusato e turbato dallo stalking, e quello bisognoso delle attenzioni della sua abusante. La sua parte di dipendenza dal rapporto con Martha è magistralmente espresso nella scena in cui Donny inizia a masturbarsi pensando a lei. La necessità del protagonista di ricevere attenzioni dalla sua abusante è da lui rifiutata, poiché inaccettabile e spaventante, e riemerge quindi nella sfera sessuale sotto forma di godimento.

I primi due grandi momenti di svolta che raggiunge il protagonista sono invece l’arrivo di Teri nella sua vita ed il confronto con i suoi genitori. Tuttavia, Donny rifugge inizialmente entrambi i rapporti perchè dentro di lui il modello mentale che si è costruito (per quanto non ne sia conscio) è che non merita quei rapporti, che non potrà essere capito all’interno di essi. E questo lo vediamo nell’iniziale costruzione di una falsa identità per conoscere Teri, che il protagonista giustifica a sè stesso come timore di giudizio da parte dei suoi colleghi per avere un rapporto con una donna transessuale. La verità è che Donny non teme di farsi giudicare dagli altri, bensì da sè stesso, in quanto non si ritiene meritevole dell’affetto della donna. Lui si sente un fallito, e si paragona più frequentemente ai suoi abusanti (di nuovo l’identificazione con l’aggressore) che non alle persone che ama che lo circondano. Curiosa è anche la scelta di Donny di assumere un alter-ego muratore, agli occhi del protagonista un ruolo più mascolino di come si sente in quel momento, probabilmente proprio per bilanciare la perdita di virilità che pensa di aver subito nel momento in cui ha iniziato ad avere rapporti sessuali con altri uomini e a frequentare donne transgender.





La rottura di questo sentimento di incomprensione arriva, ad esempio, nel dialogo aperto con i genitori riguardo la propria sessualità. Finalmente Donny può sentirsi amato in maniera sincera e trasparente dalle figure genitoriali e, di conseguenza, trovare la forza di abbandonare la sua relazione abusante con Martha.

“I giorni successivi li passai in Scozia, godendomi la quiete con il telefono spento. Ai miei raccontai tutto: di Teri, di Martha, di Darrien. Non mi ero mai sentito così a mio agio in tutta la mia vita, non c’era più motivo di avera paura. Non ce n’era mai stato. E quando salii sul treno del ritorno, mi sentii come se nulla potesse più intralciarmi. Nulla ovviamente, a parte Martha.”

La scelta stessa dell’autore di scrivere una serie come questa è un atto catartico, un tentativo di rivivere l’esperienza per esaurirla, elaborarla, soffrendo fino a poterla guardare con distacco. Un po’ come quando alla fine di una relazione ci si ostina a rileggere i messaggi passati: da una parte si rifugge nel passato e si soffre, dall’altra, però, si sta anche inconsapevolmente cercando di elaborare ciò che è stato, in modo che il tutto non sia più vissuta come dolore fine a sé stesso, ma che prenda un senso, che si faccia un episodio significativo all’interno della nostra storia di vita.

D’altra parte non si può però ignorare che Gadd ci stia trattando esattamente come ha trattato gli altri personaggi all’interno di questa serie, ovvero che stia portando il nostro sguardo a vederlo come lui vorrebbe essere visto. Aldilà dell’egocentrica necessità di parlare in questo modo di certe cose davanti ad una vasta platea (reale o virtuale che sia), che certamente rimanda anch’essa alla questione in sé dell’essere visto, un ruolo importante è giocato dal modo in cui l’autore manipola il nostro sguardo per apparire vestito dei suoi drammi e le sue paure, mentre viene inquadrato sotto una luce per lui accettabile.

Si intenda, ciò che Gadd ha fatto creando questa serie è un gesto molto coraggioso e crediamo il prodotto sia molto valido. Pensiamo anche sia tipico di qualunque persona il cercare di dare agli altri un’impressione positiva di noi. L’autore, però, a nostro parere supera questo sottile confine, sfociando qui in una conscia modifica del reale (la storia vera) per inserirci una quota di finzione in modo da apparire, appunto, come una coraggiosa vittima che, nonostante i difetti (che ha avuto comunque gran coraggio a mostrare) è andata incontro a redenzione. In altre parole, secondo noi questa non è una storia che Gadd avrebbe raccontato se non con questo finale, se non rappresentandosi sotto questa luce e, soprattutto, se il meccanismo della pornografia del dolore non avesse fornito a lui una possibilità di dare socialmente rilievo e valore a questo tipo di racconto. La vera funzione di quest’opera, per Richard Gadd, è certamente, come da lui detto, quella di dare forma e di superare trauma subito, ma, forse, in parte anche quella di convincere noi, gli altri, ovvero chi sostiene la sua autostima, della veridicità del suo racconto e di poter rispondere per lui alla domanda che lo attanaglia: “io chi sono e come sono?”.

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