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  • Immagine del redattoreMonolite Teatro

BARBENHEIMER ovvero la rivincita della sala


Ricordo distintamente una noiosa lezione di storia dell’arte durante l’ultimo anno delle superiori, la professoressa era intenta nella spiegazione di “Guernica”, il celebre quadro di Pablo Picasso, io ero anche interessato solitamente alle sue lezioni ma il cubismo rappresentava per me all’epoca uno scoglio razionale troppo grande da superare, quelle opere tuttalpiù generavano in me una sensazione di divertimento e schernimento, la più classica e detestabile frase “questo posso farlo anche io”.

Quindi quando i miei occhi si posarono sulla piccola immagine di quell’opera nel libro scolastico, la mia reazione fu un leggero sbuffo e tornai a guardare il cielo fuori dalla finestra.

Per fortuna si cresce.

Quattro anni più tardi andai a Madrid in viaggio e visitai il museo Reina Sofia, la mia opinione sul cubismo rimaneva invariata ma prima di porre una pietra tombale su questa corrente volevo vederla dal vivo.

Entrai in quella stanza e non so come venni immerso nel quadro, la grandezza fisica dell’opera non permetteva all’occhio alcun punto di sosta, non si poteva fuggire dall’immensità, quelle linee irregolari mi travolgevano, mi sembrava di poter sentire il nitrito del cavallo, di vedere quella lampadina muoversi e ora illuminare ora abbuiare la scena, ero fermo fisicamente, in balia mentalmente.

Non mi ero mai soffermato sulla componente fisica di un’opera, della sua grandezza o minutezza, sempre troppo impegnato a carpirne il senso, a osservare la pennellata, la scelta cromatica, i simboli, il periodo storico in cui è stata fatta, scordandomi del fatto che forse la misura della creazione rientra tra le prime scelte che un artista compie, la comunicazione della tua idea viene veicolata anche dalle dimensioni.

Scusate il lungo preambolo, vi giuro che il titolo non è clickbait e non siete finiti in una lezione di storia dell’arte a tradimento, non saprei minimamente da dove cominciare.

Veniamo a oggi.

Mi ritengo un grande appassionato di cinema, mi informo, lo guardo, lo studio e ogni volta che posso corro in sala.

Di recente sono andato a vedere “Oppenheimer” di Christopher Nolan e memore dei traumi picassiani sono andato a vederlo in una delle sale migliori della Lombardia, il “Cinema Arcadia” di Melzo.

Il buon Christopher ha scelto di girare (dare forma) a questo film in un formato particolare, ha scelto la via dell’analogico, della pellicola 70mm Imax, quella standard per intenderci è di 35 mm.

La maggior superficie della pellicola concede all’immagine una qualità maggiore, ai colori di risplendere, ai dettagli in profondità di emergere con vivida potenza, questa scelta comporta anche delle difficoltà pratiche, si pensi che alla fine delle riprese la lunghezza della bobina era di quasi 18km e il suo peso raggiungeva i 300 Kg.

Questo è chiaramente un caso estremo, anche perché sono pochissimi i cinema che hanno a disposizione gli strumenti per proiettare questo tipo di film, Melzo è uno di questi (se vogliamo fare i precisini neanche Melzo aveva lo strumento pensato da Nolan ma sto cercando ancora di capire la differenza tra proiezione 70mm vs 70mm IMAX).

Arrivo in sala pronto per gustarmi quest’opera tranquillamente e quando entro, di nuovo inghiottito, come al Reina Sofia, ma non dal film dalle persone. Seicento spettatori, ripeto seicento persone sedute davanti a quello schermo luminoso.

Subito un cancerogeno pensiero dell'appassionato di nicchia “Ma fino a settimana scorsa dove cazzo eravate? Quando eravamo in tre in sala a vedere Decision to leave di Park Chan-wook voi cosa stavate facendo?”

Ridicolo, ridicolo pensiero.

Ero intimorito, non avevo mai visto così tante persone tutte assieme per una cosa che ormai pensavo quasi che fosse un intimo piacere da condividere con quei pochi sconosciuti che si intravedono nel buio della sala.

Mi siedo al mio posto, sono concentrato, inizia il film, gli occhi glaciali di Cillian Murphy mi guard… ci guardano, sembra quasi un invito a girarmi ed è ciò che faccio, vedere tutti quei volti illuminati, quei milleduecento occhi che si specchiavano nei due dell’attore mi ha fatto sentire un senso di appartenenza umana fuori dal comune, stavo guardando per la prima volta il Cinema per come era stato pensato da quei due francesi a fine ottocento.

Una bomba atomica scoppiava nello schermo e io ero più interessato a vedere i volti degli spettatori dipinti di un arancio apocalittico.

Una volta uscito ho avuto due pensieri, il primo è che mi tocca rivedere il film perchè mi sono girato troppe volte, il secondo ricordava Madrid ma ne aumentava la posta in gioco, l’arte stessa prevede una dimensione per cui è stata pensata, la sala vuota non è e non può essere la norma e il segreto era semplicissimo bastava pensare al nome, Cinema indica sia l’arte che il luogo come in Teatro.

Voglio chiudere quindi con un appello, io al cinema ci posso andare tutte le volte che voglio e posso anche convincere un paio di amici a venire con me, solo che io voglio la sala piena per godere appieno dell’arte cinematografica e questo da solo non posso farlo. Questo trend di Barbenheimer ha dato nuova linfa alle sale, tu che

stai leggendo questo articolo probabilmente hai visto uno di questi due film oppure tutti e due e sei andato in sala a vederli, così facendo hai generato un ricordo di questo evento, una storia dietro la semplice visione, ne hai discusso con gli amici una volta uscito dalla sala, ci avete scherzato sopra nelle settimane successive e tutto questo perché? Perché sei andato in sala, perché hai fruito dell’arte nella maniera in cui gli artisti l’hanno concepita.

So benissimo che è molto più facile mettersi davanti al pc e andare a caso su Netflix e non voglio nemmeno essere retrogrado e bandire i servizi streaming perché il consumismo e bla bla bla, solo sii conscio delle dimensioni e anziché aspettare un trend, una moda che ti comandi di andare al cinema, vacci tu, per curiosità, perchè l’altra volta ti era piaciuto, perchè sei annoiato, magari ti capita una cagata magari no, ma fai un piacere a quel povero solitario perso nella sala buia a cercare il Cinema.



Alessandro Treccani


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