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  • Immagine del redattoreMonolite Teatro

FAIRYTALE: l’ascesa dell’uomo senza Dio


<<Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura>>, camminando accanto ad Hitler, Mussolini, Stalin e Churchill. Sembra l’inizio di una barzelletta poltica, ed invece ci troviamo all’interno del mondo dantesco costruito da Aleksandr Sokurov nel suo film Fairytale (2022).


Il limbo nel quale i nostri personaggi storici sono immersi è cupo, tetro ed arido. Le anime dei capi di Stato vagano senza direzione, conducendo dialoghi perlopiù sconnessi e privi di contenuto. Ci appaiono soli, non vi è nessun altro al di fuori di diverse copie di loro stessi. Invano cercano di accedere al paradiso, dal quale però vengono ripetutamente respinti.


Questo particolare ci offre la possibilità di addentrarci nel tema che vuole essere il cuore di questa interessante pellicola: se ha ragione Nietszche e Dio è morto, allora che cosa rimane? Può l’uomo rimpiazzare Dio? Può essere lui l’unico metro di paragone per sé stesso?



Persi in dialoghi ripetitivi, i capi di stato ci vengono mostrati come dei bambini intenti a giocare in un parco. Vanno a caccia di Napoleone, litigano su chi fosse più amico di Lenin, si prendono in giro sulle loro uniformi. Nessuno di loro abbandona mai il proprio ideale politico, e ciò che è curioso non è tanto che non ve ne sia una messa in discussione, quanto più che non sembrino mostrarsi come uomini devoti al loro ideale, ma sembrino far aderire a sé stessi il loro credo.


Nel momento del giudizio di fronte a Dio, i personaggi di Sokurov non sembrano affatto temere il confronto. Si avvicinano alla porta pieni di sè, burlandosi gli uni degli altri. <<Gloria al duce! Non c’è nessun Dio!>> esclama Hitler, mentre Mussolini si appropinqua alla porta del paradiso. Valutano la loro possibilità di entrare nel regno dei cieli non sulla base della loro bontà d’animo, bensì sulla portata del loro impatto storico. Sono gli unici giudici di loro stessi. Non a caso i dialoghi all’interno del film avvengono come in una sorta di torre di Babele, ognuno parla la propria lingua. Mussolini parla in italiano, Hitler in tedesco, Stalin in russo e Churchill in inglese. Tra di loro si capiscono, ma non vi è alcuna volontà di darsi ascolto o di comprendersi davvero. Ogni frase è puramente autoreferenziale, i personaggi sembrano unicamente interessati all’autocompiacimento e all’esaltazione della propria grandezza, persi nel continuo dialogo tra le diverse copie di sé, chiamati nel film “fratelli” dai singoli personaggi.


Dialogo tra Mussolini e Stalin:

“Mussolini: Stalin, sei cristiano o comunista?

Stalin: Aspetta...Fammi pensare...

Mussolini: Il fascismo rispetta Dio, gli asceti, la fede...Il fascismo saluta Dio. Stalin, avete cominciato tutto voi. Dopo il vostro socialismo a noi è stato permesso tutto.

Stalin: Socialismo all’italiana, socialismo all’italiana. E io ho fame.

Mussolini: La religione è una malattia psichica. Dio è corrotto. La santità è solo in Vaticano.”



D’altronde, già vent’anni prima con Russian Ark (2002) introduceva l’argomento raccontandoci il declino della storia russa con l’avvento della rivoluzione comunista. Un piano sequenza di un’ora e quaranta accompagna lo spettatore, in un continuo altalenarsi tra il presente e passato della Storia russa. Gradualmente iniziano le voci sulla caduta dello zar, come dei dubbi in lontananza: la morte della monarchia è nell’aria. La voce fuori campo sussurra al protagonista <<La monarchia non è eterna>>, e a questa segue la sua risposta <<E credete forse che io non lo sappia questo? Ma avrò pure anche io il diritto di sognare>>. Sarà lui stesso a condurci al termine del film ad una porta laterale, che si apre su uno scenario glaciale che starebbe a rappresentare l’avvento del comunismo e che ricorda vagamente proprio il purgatorio rappresentato in Fairytale.


Quello che può essere da parte del regista l’espressione di un’inclinazione politica, potrebbe anche essere interpretata parallelamente come la rappresentazione della morte di Dio, della cultura unica e dell’uno, per lasciar posto ad un’apertura al relativismo della molteplicità.

La distruzione della Verità come entità di fede genera scompiglio. Dosoevskij diceva <<Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, preferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità>> [1] Secondo noi il punto di vista di Sokurov non è molto diverso. Ciò che questo film cerca di raccontare è la morte dell’orizzonte teologico, in cui Dio non coincide con il Dio cristiano, ma con l’espressione di fede in qualcosa in assoluto e generale.Il pessimismo di Sokurov a questo proposito si esprime perfettamente nel sunto concettuale di Delitto e Castigo, uno dei capolavori di Dostoevskij, ovvero: a chi è senza Dio tutto è permesso.


L’uomo però senza una sola verità sembra non poter vivere, quindi la cerca altrove, lontano da Dio, nel fascismo, nel comunismo e in tutto ciò che Nietzsche avrebbe chiamato ombre di Dio. Ed è questo ciò che fanno i nostri personaggi persi nel limbo della loro cantilena ideologica. L’allontanarsi dalla loro supposta verità comporta disorganizzazione, caos e sentimenti di paura. Questa confusione emerge in tutta la sua forza con l’ingresso di un brano di Wagner che accompagna l’arrivo della massa.


In un’ottica psicanalitica il rapporto tra i totalitarismi e la massa è estremamente interessante. A questo proposito Erich Fromm, ipotizzò che nell’uomo totalitarista vi fosse un’incapacità di divenire pienamente responsabile delle proprie azioni e, di conseguenza, trovasse desiderabile continuare ad avere una figura a cui delegare le proprie responsabilità. Quella che avviene, secondo l’autore, sarebbe una proiezione sul dittatore della propria figura paterna, affidando totalmente a lui ciò che dal singolo è percepito come gravoso. Non a caso diversi dittatori nel ‘900 furono descritti come padri della patria.


La teoria di Wilhelm Reich, a questo proposito, sarebbe invece quella di una doppia identificazione. Da una parte abbiamo l’identificazione del leader con il padre, come era per Fromm, ma dall’altra l’identificazione di sé con il leader, specie da parte dei padri di famiglia dell’epoca. L’uomo tedesco degli anni ’30 si sarebbe, secondo Reich, rivisto in Hitler proprio in virtù del rapporto simmetrico che intercorre tra Hitler e Germania e Sé e la propria famiglia. L’uomo poteva rivedere nel fuhrer un grande sé e in sé un piccolo fuhrer.


L’identificazione con il leader, secondo Freud, è una delle caratteristiche cardine dell’Io massa, ovvero l’ente psichico che si manifesta quando più persone si riconoscono e si muovono come un gruppo. Ciò che accadrebbe in questo caso sarebbe una dissoluzione del proprio Io, che andrebbe ad aderire appunto all’Io della massa, e un’identificazione del proprio Super-Io con il leader.


Questa dissoluzione di soggettività è rappresentata nella pellicola con una massa urlante, composta di singoli sfocati, più simili a fantasmi che ad esseri umani, ed i cui corpi si compenetrano e si confondono andando a costituire un corpo simile ad un mare in burrasca. Poco prima dell’arrivo di questo groviglio informe di esseri umani, Hitler dice proprio a Mussolini <<Amico mio, le masse sono inclini alla decomposizione>>. Ed ancora dopo quando si avvicina alla massa <<Tedeschi, vi libero dalla chimera della coscienza>>. L’assolutismo già dalle parole del fuhrer, si propone come una liberazione, come un sollevamento dalla responsabilità individuale, ovvero quel fenomeno che in psicologia chiamiamo diffusione della responsabilità.


Se non sono più Io, ma siamo Noi, allora non sono solo io ad essere responsabile. Oppure ancora, come individuò già Hannah Arendt, non sono io ad essere responsabile se sto solo eseguendo degli ordini. In questo caso la responsabilità è spostata sul superiore.


Se pensate che queste letture siano solo inutili analisi per addetti ai lavori vi sbagliate di grosso: i grandi leader in questione avevano le orecchie ben tese riguardo a questi studi e seppero coglierne con molta astuzia gli insegnamenti. Vi basti sapere che Psicologia delle folle di Gustave LeBon, libro che, per quanto oggi risulti superato, ispirò fortemente le teorie freudiane sulla massa, fu uno dei libri cardine nella formazione di Adolf Hitler come comunicatore.

Nella prima parte del Mein Kampf, nonostante non vi siano riferimenti espliciti a LeBon, troviamo una precisa e lucida descrizione sul modo di comunicare di Hitler che risulta radicalmente ispirata agli scritti dello psicologo francese.


“La capacità recettiva delle masse è molto limitata, e la loro comprensione è scarsa; d'altra parte, essi hanno una grande capacità di dimenticare. Premesso questo, tutta la propaganda efficace deve essere limitata a pochissimi punti che devono essere esposti sotto forma di slogan finché anche l'ultimo uomo sia in grado di comprendere ciò che ogni slogan significa. Se si sacrifica questo principio per il desiderio di avere molte sfaccettature, si dissiperà l'efficace lavoro della propaganda, perché il popolo non sarà in grado di digerire o trattenere il materiale che gli viene offerto.”

Adolf Hitler, Mein Kampf (1925)


Durante questa grande adunata, l’unico a distaccarsi è Churchill (l’unico, per altro ad essere un capo di stato non totalitario). Pensando possa essere un momento propizio, si avvicina in solitudine alle porte del Paradiso e chiede nuovamente di essere accettato. Lì viene accolto da Dio, che decreta la sua salita al cielo. Pieno di gioia, il ministro però si preoccupa e chiede <<E la mia regina?>>. La sua fede in vita deve lasciare posto ad una fede celestiale, questo lo spaventa.


In conclusione, non possiamo far altro che ringraziarvi per l’attenzione ed invitarvi a vedere il film se ancora non lo aveste fatto. È certamente lento, non vi mentiremo, ma non scoraggiatevi (Stalin vi darà la forza di proseguire). Per di più, se siete amanti di storia contemporanea non può non farvi scappare qualche risata. La particolarità è proprio che i personaggi riprodotti in schermo non sono nè interpretati da attori nè frutto dell’intelligenza artificiale, ma è opera di un lavoro di fino del regista che, riprendendo immagini di repertorio, ha saputo dare vita ad un vero teatrino animato. Crediamo che, per un’ora e un quarto del vostro tempo, sia uno sforzo che vi ripagherà. Se vi interessa lo trovate gratuitamente su YouTube sottotitolato in italiano.





Buona visione,

Marta De Chiara e Samuele Antonioli



[1] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit. , p.51

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