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  • Immagine del redattoreMonolite Teatro

PALOMBELLA ROSSA: il Super-Io politico nella filmografia di Moretti.

Nel 1989 l'orizzonte politico mondiale fu scosso dal crollo del Muro di Berlino, un evento epocale che ebbe un impatto profondo anche sulla Sinistra italiana. Mentre il mondo osservava incredulo la caduta di quel simbolo della divisione tra i due blocchi, la Sinistra italiana si confrontava con una fase di transizione e ridefinizione identitaria. All’interno di questa vasca di cambiamento, nuota il regista Nanni Moretti con il suo film (a nostro parere) più rappresentativo, Palombella Rossa (1989).

Motivetti italiani canticchiati in macchina, introspezione nervosa ed umorismo grottesco: la storia raccontata, in tipico stile morettiano, è quella di Michele, giocatore professionista di pallanuoto e allo stesso tempo un fedele elettore del PCI (Partito Comunista Italiano) di quegli anni. Tramite flashback e situazioni surreali, Michele diventa simbolo della crisi identitaria del suo partito, portandone in luce gli aspetti più controversi.



Le prime scene già descrivono un quadro di smarrimento molto chiaro: la squadra, rappresentazione della collettività, di un Noiideologico di Sinistra, si ritrova insieme in pullman in direzione del campo di gioco. L’allenatore, interpretato da Silvio Orlando, sta incoraggiando i giocatori. Ad un certo punto, tutto il pullman entra in galleria e i personaggi vengono avvolti dal buio per qualche secondo. Michele non sa più come essere parte attiva della sua squadra. È confuso: non riesce a capire gli schemi di gioco, si addormenta ripetutamente e appare quasi spaventato dall’idea di entrare in acqua. Quel sentimento di appartenenza che attraversa il gruppo, si è spento. Li vediamo in fila abbandonare uno ad uno l’allenatore, mentre spiega negli spogliatoi come approcciarsi alla partita. Predomina più un senso di responsabilità verso gli altri, una sorta di tentennato “devo farlo per loro, per la squadra”. Ma chi sono Loro e chi siamo Noi? Questa sarà la domanda cardine che fungerà da fil rouge per tutta la pellicola.

La piscina, grande protagonista del film, diventa simbolo di smarrimento ma anche di pace, come se all’interno di essa potesse dispiegarsi la risoluzione interiore del protagonista. Questo elemento, quello dell’acqua, vuole rappresentare qualcosa di movimentato e fluido. In una certa misura, la Sinistra dell'epoca era esattamente così: andava disperdendosi in degli atti disperati di organizzazione, come delle bracciate per cercare di rimanere a galla.

La nostra identità come singoli è indissolubilmente legata all’Altro. Tutti tendiamo a definire il nostro Sé in base a cosa l’altro pensa di noi, a ciò che l’altro si aspetta da noi, o a definirci attraverso i gruppi a cui apparteniamo. Questo è ciò che in psicologia viene chiamato Io sociale, ovvero la dimensione di sé che viene vissuta nel rapporto con gli altri. Nella filmografia di Moretti, ma potremmo dire nell’intera generazione degli anniSettanta, il rapporto che intercorre tra Io e tutto è un discorso quantomai centrale. In un periodo di grandi contestazioni e di grandi movimenti di massa, chiedersi quale sia il proprio ruolo all’interno del movimento è una questione centrale e nevralgica.

Nel caso specifico di Nanni Moretti in Palombella Rossa, come in tutta la Sinistra radicale di quegli anni, il grande dilemma è: dov’è il mio spazio nella collettività? Dove finisce la responsabilità collettiva ed iniziano le mie scelte individuali?

Rileggendo questa dinamica in termini psicanalitici potremmo dire che la Sinistra dell’etica ferrea, di cui il regista fa parte, vive sotto uno strapotere nevrotico del Super-Io freudiano, istanza che, non a caso, viene anche spesso chiamata inconscio sociale. Il Super-Io, infatti, non si costituisce soltanto come una lista di obblighi morali e di inibizioni ereditate dall’internalizzazione della figura genitoriale di riferimento, ma è anche l’istanza, in gran parte inconscia, che esprime la spinta ad essere come la società si aspetta da noi. Per fare un esempio pratico, è grazie al Super-Io se non usciamo di casa nudi, se rispettiamo la fila e così via.

A fare da garante del Super-Io, ovvero a legittimare una legge che stia sopra la volontà del singolo, troviamo un simbolo, che sia fisico, ideologico, divino o una persona in carne ed ossa. Questo è il punto di unione della morale ereditata dai singoli padri, la morale del padre totemico, ovvero il Grande Altro. Un grande Altro può essere Dio per i cristiani, può essere Hitler per la Germania Nazista e così via. Nel caso della Sinistra radicale, oggi come allora, il Super-Io collettivo è rappresentato dall’entità della massa morale, ovvero il mito del buon proletariato, il Noi prima dell’Io, messo a garantire una pacifica (e utopica) collaborazione. Una sorta di dissoluzione dell’Io all’interno della grande responsabilità del tutto.

Palombella Rossa è in Italia forse il simbolo più magniloquente del crollo di un “Noi” politico, di una lotta comune, la distruzione, nel caso del muro di Berlino, di un totem che simbolicamente aveva ancora potere di dare senso alla lotta. Per Michele l’evaporazione del Noi rappresenta di conseguenza una perdita di senso per l’Io che prima esisteva solo in quanto parte del tutto: <<Se ciò a cui appartengo non esiste più, io chi sono?>>. L’incertezza riscoperta nel rapporto tra particolare e assoluto apre in Michele un nuovo problema: qual è il mio nuovo posto? A cosa servo?

Le differenze individuali e di sottogruppi all’interno della Sinistraemergono, non c’è più un grande simbolo che li unisca. È come fosse morto il papa ed i potenziali successori facessero a gara per accaparrarsi il suo posto. Nessuno però prende il posto del padre morto, ci si divide in tante correnti, ci si somiglia tutti e, allo stesso tempo, non si somiglia a nessuno. È l’inizio delle lotte interne, della frammentazione della società, della fine delle grandi narrazioni e dell’inizio del mondo descritto brillantemente da Baumann.

In una modalità che quasi riprende la famosa scena di Fantozzi subisce ancora (1983) - in cui il protagonista, a fronte delle elezioni, ha delle allucinazioni credendo che i politici alla televisione parlino proprio con lui – le allora nascenti correnti post-democristiane e post-comuniste si personificano e assillano Michele. Chi con dei dolcetti, chi con discorsoni ideologici, chi con pura bontà d’animo, tutti cercano di avere la meglio su Michele cercando di portarlo dalla loro parte. A differenza di Fantozzi però, il personaggio morettiano è molto rigido ed attaccato alla sua ideologia e si sente perseguitato da queste figure assillanti. Il personaggio secondario con cui, in un climax, questo rapporto raggiunge l’apice è quella della giornalista. Sforzandosi di ottenere un’intervista da Michele a tutti i costi, finalmente i due riescono a parlarsi. La conversazione culmina nell’iconica frase di Nanni:  <<Le parole sono importanti>>.

 


Dialogo tra Michele e il giocatore avversario:

“Michele: Bisogna inventare un linguaggio nuovo. Ma inventare un linguaggio nuovo, bisognerebbe inventare una vita nuova. Aspetta, forse se nell’intervista io fossi stato più chiaro. Ascoltami, forse se io avessi usato altre parole, l’intervista...No, non sarebbe andata meglio perchè se io traduco quello che io ho in testa in una formula semplice, io lì fallisco. In testa ci stanno troppi pensieri, però troppi pensieri fanno bene, perchè bisogna pensare a tutto, prevedere tutto. Noi dobbiamo lottare contro il giornalismo, contro le parole sbagliate, contro...

Avversario: Michele, sei troppo sensibile. Fai finta di niente. Cerca di essere superiore.”

Il film è certamente uno dei più psicanalitici del regista. Ripercorriamo infatti i suoi ricordi infantili, al quale il protagonista si aggrappa. Questo Sé terribilmente nevrotico e controllato, questo immobilismo frutto di un dovere morale, lo porta a desiderare una regressione all’infanzia. L’espressione di questo desiderio cela la necessità intrinseca di deresponsabilizzarsi per ciò che sta avvenendo al partito, cercando rifugio in una fase di vita in cui le scelte venivano rimandate agli adulti. Non a caso, tra i vari ricordi presentati, emerge che la scelta di iniziare pallanuoto non è spettata a Michele, bensì ai suoi genitori. La subordinazione di Michele nei confronti dell’ideale comunista è la stessa del bambino nei confronti del genitore: è la funzione significante del genitore a dare senso alla vita del bambino. Michele non ha scelto di fare pallanuoto, se ne è innamorato dopo essere stato convinto dai genitori a fare quello sport. Lo stesso vale per il rapporto con un forte ideale: il rischio è di trattarlo come un qualcuno che scelga al posto tuo. Verso il finale del film, difatti, è come se i due piani si ricongiungessero. I ricordi di Michele bambino non vengono più presentati come flashback, ma espressi verbalmente dal protagonista stesso. Invoca urlante la madre, ricordando tutti i bei ricordi che caratterizzano un’infanzia felice: le merendine, i dopo scuola, i pomeriggi di maggio. Si è invecchiati, il proprio Grande Altro si è dissolto: ogni sogno, ogni speranza è giunta al termine.

Il film si conclude con una sorta di epifania, in cui Michele si ricorda ciò che aveva dimenticato con l’amnesia. Si rende conto della rottura definitiva del partito e non può far altro che raccoglierne i cocci.

Monologo di Michele:

“Michele: E allora, perchè tutta questa paura? Accettateci, perchè tutta questa paura? La gente è infelice. La gente è troppo infelice, e aspetta noi. E noi sappiamo dove andare. Noi sappiamo cosa fare. Noi abbiamo tante idee. Mamma, sono tutti infelici. E noi abbiamo tante idee. Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri. Noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri. Ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri. Ma siamo diversi. Mamma! Mamma, vienimi a prendere!”

Questo lavoro di ricostruzione del Sè, ormai in frantumi, lo farà negli anni attraverso la sua filmografia. L’anno scorso è uscito in sala il suo ultimo film Il sole dell’avvenire (2023). In una sorta di ritorno alle origini, Nanni ripercorre retrospettivamente il suo percorso autoriale, con una coscienza però matura, anziana. Il respiro è totalmente diverso da Palombella Rossa. Le nevrosi sembrano essere superate, emergono solo attraverso la forma di caricature parodistiche, un oggetto umoristico con cui il regista si prende abilmente in giro. I capolavori musicali di Franco Battiato ritornano, come a connettere questi due grandi film. Nel primo, durante la partita tutti gli spalti accompagnano il momento del rigore con E ti vengo a cercare, in cui tutti intonano <<cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male, essere un'immagine divina di questa realtà>>. Nel secondo invece, lo ritroviamo più leggero tra le note di Voglio vederti danzare, in cui tutti i personaggi del film ruotano su loro stessi. Il regista si è liberato, ha fatto pace con sè stesso ed ha lasciato finalmente andare certe pretese irrealizzabili che caratterizzano invece la sua prima fase cinematografica. Il valore del Noi rimane, ma è vissuto con maggiore distanza, con più spazio per il sé, non fagocita più il singolo, non è più imperativo. L’ideale continua ad esistere perdendone però in forza.

Il disvelamento del reale della coscienza politica di Moretti si potrebbe sintetizzare nella celebre frase “Sarò sempre parte di una minoranza” pronunciata nello splendido Caro Diario (1993). La Sinistra ostile, radicale, ortodossa e morale di cui Nanni Moretti fa parte non può far altro che essere una minoranza, non può far altro che essere la parte brontolona di un’opposizione ad un mondo non abbastanza intelligente o di buon cuore. Non può far altro che sentirsi e comportarsi come i giusti che non hanno avuto -per loro fortuna in realtà- l’occasione di dimostrare come sarebbe stato il mondo se ci fossero stati loro. La loro definizione nasce, dipende e si esaurisce, in molti casi, nella condizione di essere l’opposizione (e non solo in senso parlamentare). Ma tra lati di luce e di ombra è qui che sta la grandezza di Nanni Moretti, uno dei pilastri del nostro cinema passato ed attuale, ovvero nel raccontare magistralmente una parte di noi, una parte di Italia e una parte che vive, in maniera più o meno forte, in ogni cittadino.


Marta De Chiara e Samuele Antonioli

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