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RADICI: Lettera d'amore alla Storia


RADICI


Ricordo quando, tra elementari e medie, mio padre mi aiutava a studiare per le interrogazioni di Storia. Io studiavo in cameretta e poi mi presentavo alla sua scrivania per ripetergli il capitolo. Lo guardavo impaziente mentre sfogliava le pagine e sceglieva la domanda da farmi, e mi sentivo sicura di me, perché (al tempo sembrava uno sforzo disumano) avevo riletto quei paragrafi almeno due o tre volte. Puntualmente, mi fregava: ogni due o tre frasi inarcava le sopracciglia, e mi chiedeva: e lo sai perché, successe questo? Io ovviamente non lo sapevo. Quei libri (giustamente) ti spiegano la Rivoluzione Francese in tre righe, e io quelle imparavo, un po’ a memoria. Mio padre invece mi interrompeva, e mi spiegava premesse, cause e conseguenze, sgretolando la mia spavalderia e infastidendomi parecchio. A quel punto iniziavo a balbettare, a confondermi, e lui mi rispediva in camera a rileggere. Mi diceva “torna dopo”, come un professore che ti consiglia di ritirarti all’esame. Mi arrabbiavo tantissimo: pestavo i piedi per terra e gli dicevo che non serviva saperlo meglio di così, che quello che lui aggiungeva era inutile perché “non me lo chiedono”. Da vero appassionato di Storia e di provocazioni, a cena a sorpresa mi faceva un paio di domande mentre mangiavamo. Potete tutti immaginare a questo punto la mia reazione.

Sono passati dieci anni, sto per laurearmi in Storia. Non preoccupatevi, ne sa ancora molto più di me, ma sono fermamente convinta che non avrei mai fatto questa scelta senza che mio padre mi spingesse, anno dopo anno, a cercare un perché. Mettendo da parte il mio percorso di studi, credo che esplorare il passato e cercare di capirlo il più possibile sia uno strumento essenziale. Tutto, la nostra politica, la nostra istruzione, i nostri vestiti, quello che riteniamo giusto, è tutto frutto di una lunga serie di scelte, lotte, accordi e incomprensioni. Non è “così e basta”, come i “grandi” a volte ci dicevano da bambini, e come i Grandi a volte tentano di dirci ora. Sapere perché le cose accadono o sono accadute è l’arma che ci difende da chi ci vuole convincere della verità più comoda (a loro ovviamente). Certamente, non viene via a poco prezzo. Conoscere le cause profonde del presente, delle sue contraddizioni e delle sue ferite, richiede fatica. Richiede tentativi, che a volte falliscono. Persistere è necessario, perché necessaria è la consapevolezza.

Bisogna sapere perché e per chi muoiono in guerra uomini e ragazzi, e perché e per chi ne uccidono. Da dove vengono i migranti che sbarcano qui, e perché scappano? Perché in Donbass si parla russo? Perché gli Stati Uniti sono la prima potenza al mondo e perché Hitler riuscì a salire al potere? La risposta non è mai quella più semplice, e non può essere appresa come una formula matematica, perché la nostra Storia è un albero dalle radici intricatissime, che si incrociano e disfano fino a perdersi al centro della Terra. Dopotutto l’abbiamo fatta noi, che semplici certo non siamo.

Vi lascio da dove siamo partiti: in quella che è considerata la Bibbia dello storico, ovvero “Apologia della Storia” di Marc Bloch, l’autore illustra magnificamente quale sia il mestiere dello storico, e perché è importante. L’incipit di questo libro, come ho ricordato con un sorriso scrivendo questo articolo, è questo:



“Papà, spiegami a che serve la storia”


Rosa Migliorini

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