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TUTTO UNO SCHERZO, uno scandalo che dura da diecimila anni.

Aggiornamento: 9 ott 2023

[SPOILER ALERT: questo articolo contiene informazioni che non si recepiscono nelle prime 20 pagine del romanzo. Anzi, a rileggerlo è un vero e proprio elenco di chi all’interno del romanzo muore. Praticamente la cosa peggiore che potessi fare. Resta comunque il fatto che è impossibile riassumervi questo romanzo, e oltre alla morte di cui vi parlerò c’è anche tanta vita, da leggervi. Che poi, sarà mai uno spoiler che nella vita si vive e si muore? Eddai]


Non sapendo da dove iniziare, inizierò dal finale.

le ultime parole del magnifico romanzo “La storia” di Elsa Morante, per quanto semplici, sono inesorabilmente il sunto di tutto il romanzo, il pensiero, gli insegnamenti che le parole di Elsa possono elargire.

“...e la Storia continua…” una sospensione temporale , che confonde inizio e fine e li fa combaciare in un unico punto su di una circonferenza che è la vita, l'esistenza umana tutta.

Il punto è ricordare come non esista storia senza tempo che in essa si confonde.


Ciò che ci racconta una voce fuori campo (la Morte? la Vita? Elsa stessa? chi lo sa) è un arco della circonferenza temporale lungo quasi un decennio, in cui seguiamo mese dopo mese, giorno dopo giorno le vite di personaggi che finiremo per amare, nel senso più fraterno, familiare, puro del termine e che alla fine del libro ci sembrerà di aver sempre conosciuto come ogni buon amico di vecchia data che si rispetti. Si potrebbe dire che “ sullo sfondo” della storia ci sia la Guerra. Ma noi non lo diciamo. Perché la guerra e i suoi scandali e i suoi orrori sono i primi protagonisti di questo libro. Il dolore e l’incredula violenza ci accompagnano in ogni pagina ed è impossibile ignorarli. E’ forse per questo “sfondo” (ho appena detto che non lo direi, ma l’ho detto) di disumanità che l’umanità che viene a galla acquisisce ancora più valore.


I concetti di famiglia, amicizia, legame, di rapporto madre-figlio, di nascita e di morte sono inseriti nelle loro vite con una verità tale che da circoscritti divengono, per loro stessa natura, eterni.


E’ questo legame con la vita di ognuno di noi che ci impedisce di rimanere freddi ed estranei durante questo racconto di cui qui sotto vorrei presentarvi i protagonisti, tipi fragili e un po’ scorbutici, da prendere così come sono, ma magnificamente umani.


Della ciclicità del tempo di cui sopra parlavo, Vivaldi Carlo, o più semplicemente Davide, senz’altro il personaggio più complicato del romanzo, ne tratta a lungo in quel suo soliloquio all’interno della trattoria, mentre nessuno, fuorché un bambino e un cane, lo ascoltano.

E’ uno degli ultimi personaggi che incontriamo, ma impareremo in poco tempo a conoscerlo, saremo incuriositi dalla sua tacita diffidenza verso il mondo intero e ne capiremo pian piano le ragioni. Ci verranno raccontate la sua infanzia, le sue liti con i genitori, il malessere per l’appartenenza ad una classe sociale che non gli appartiene, ma da cui sembra non poter scappare, questo impedimento si potrebbe persino dire fisiologico. In lotta con i genitori appartenenti alla più alta borghesia, scappa di casa e va a lavorare in fabbrica. Non ci è dato sapere se per i ritmi elevati di lavoro o per la coscienza del suo stesso stato di alienazione, questa sua esperienza dovrà ben presto finire, e sarà il suo corpo ad impedirgli di continuare, obbligandolo ogni sera a vomitare tutto ciò che durante il giorno aveva ingerito, rendendolo così sempre più fragile.

Arriva poi la guerra, l’allontanamento, la retata, lo svelamento e la prigionia, lo incontreremo solo durante la sua fuga, e ne seguiremo la crescita e i mutamenti d’animo, lo vedremo soffrire e diventare dipendente da una leggerezza che smetterà quasi subito di fare effetto.

In una di quelle sue giornate di gala dove si concedeva un dosaggio di “leggerezza” più alto del solito, lo ritroviamo in una bettola, a parlare ad una schiera di uomini che non lo vogliono stare a sentire. La guerra ormai è finita, eppure non riesce a parlare di altro. La guerra ormai è finita, e la gente vuol parlare d’altro. Ma lui non capisce, non riesce a comprendere come non si voglia capire.

Bisogna saperlo, che la storia è sempre la stessa, e sempre sarà, che non c’è uomo senza violenza.

E se davanti agli orrori ci sono due modi di reagire: passarci oltre, o diventare più umani, è la stessa essenza dell’uomo che gli impedisce di evolversi. Perciò si passa oltre agli sfaceli e si dimentica.

Mentre Davide invece, anima fragile e verrebbe da dire sovrumana, sente su di sé la colpa della violenza dell’umanità intera.

Nella sua coscienza, si proclama assassino e stupratore, fautore dei mali del mondo, dei genocidi, della deumanizzazione

E’ proprio quella sua sovrumanità, proprio quel suo essere umano, (troppo umano!) che lo costringe a credere in Dio ed essere ateo al contempo, ad odiare la borghesia ma esserne figlio, ad essere vicino ai gradi infimi della società ma quasi biologicamente, geneticamente distante da questi (è il suo corpo che lo costringe ad allontanarsi dalla fabbrica, è il senso dell'umiliazione di un privilegio che non si voleva a diventare vomito).

Attorno a sè il silenzio, nessuno lo ascolta, ma lui continua.

La più grande domanda e contraddizione è di certo quella che chiama fuori la coscienza. Quanto è davvero superiore l’uomo se l’intelletto e la coscienza vengono soverchiati dall’odio e dalle carneficine, se è più facile passare sopra che imparare.

Dove va a finire la coscienza nell’ora del dimenticatoio?

Ormai, anche chi ci aveva provato non lo segue più.

E allora se ne va, dall’osteria e dalla vita.

L’incredibile personaggio di Davide è capace di costruirsi umano e, davanti alla morte, non sapersi più vivere.

Il suo più grande paradosso è di certo la decisione di imporsi da solo l’ORDALIA, e cioè porre al se stesso umano un giudizio divino di un dio che non può non esistere.

Lo seguiamo nelle sue ultime ore dove sembra sfidare da solo, obbligarsi ad una sfida impossibile ormai per lui : resistere e vivere. E lo vediamo fallire, di fronte al dio che si è dovuto creare, di fronte a se stesso cadere, e morire, rendersi complice e assassino della sua stessa morte, incapace di dimostrare al dio che esiste per forza che non è colpa sua, che il suo cuore pesa meno di una piuma.

Invece il cuore di Davide è molto più pesante di una piuma, perchè la disperazione pesa, e pesa la siringa e pesa il braccio e la testa e la morte.


In quella sua morte le porta tutte. La sua morte, forse, è volersi dichiarare, una volta per tutte, colpevole di ogni cosa.


Porta la morte di Ninnuzzo, in quel suo spuntare, sparire, risbucare, riaffiorare in ogni era, pieno di speranza, di voglia di rivoluzione, di amarezza e di lotta, che muore a causa del potere, contro cui a lungo ha combattuto. Primo figlio di Ida, legittimo, di un padre deceduto: ora uomo di casa. Da fascista (se un bambino può esserlo) a partigiano, ci regala l’esempio di un essere umano che comprende i propri valori crescendo e li insegue senza mezze misure, con un po’ di sana incoscienza e di cecità. Nessuno come lui era abile a mantenere così vivi i legami tramite il silenzio e la distanza, a risollevare attraverso uno sguardo che diventa da diffidente ad accogliente, a lasciare dietro di sé una scia di vuoto incolmabile. Cresce Useppe, suo fratellino illegittimo, della stessa madre ma di padre ignoto (anche se noi sappiamo chi è) tra una pausa dalla vita e l’altra. Nei suoi momenti di stallo lo porta in giro dove il piccolo non era mai stato prima e gli consente di ampliare il suo vocabolario visivo e lessicale, spingendolo oltre alle quattro mura di casa in cui viveva.

Dentro la loro, Davide e Nino portano la morte di Useppe, capace di essere coscienza del vivere tramite i suoi stessi occhi. Secondo figlio di Ida, illegittimo, nato figlio di una violenza, cresce troppo umano, sovrumano, per poter diventare abbastanza grande da spiegarci la vita per intero (di cui aveva senz’altro percepito il senso). Al contempo però, rimane abbastanza piccolo e fragile dal suggerirci, tramite il testo di una canzone che solo lui riusciva a sentire nella natura, una chiave di lettura, un indizio attraverso il quale capire la vita:

“E’ uno scherzo! E’ tutto uno scherzo!”. Si stupiva di essere l’unico a sentirne la melodia, eppure conservava questa sua scoperta come un gran segreto. Noi ora siamo gli unici a conoscerlo, bisognerà farne tesoro, e ricordarsene.

Insieme a lui, la sua fidata Bella, lei di certo sovrumana, compagna di passeggiate in mondi che non sono a noi accessibili e discorsi la cui comprensione ci sarà per sempre negata. Di certo saremo sempre invidiosi delle poesie di Useppe che aveva potuto ascoltare.


Tutte queste morti ci portano infine a quella di Iduzza, avvenuta ben prima che accadesse davvero. Madre fragile, imperfetta, impaurita, incosciente. Subisce ogni violenza e aspetta la prossima dietro l’angolo: eppure cammina ancora. Si dà da fare per le strade, cerca del pane con cui nutrire il bambino, si denutre lei stessa pur di non lasciare a stomaco vuoto il suo malato figlio. Indaga il male del figlio anche se lo conosce bene, era lo stesso che aveva lei da bambina: ha tramandato Il grande male ad Useppe tramite le proprie viscere, e si sente al contempo colpevole e impotente, sentimenti che proverà non solo di fronte al malanno che scuote e poi addormenta il figlio, ma di fronte a tutta la vita.


Concludo qui, ma potrei includere nella lista anche gli altri millemila personaggi presenti nella Storia.

A dire la verità, potrei andare avanti mettendo anche il mio nome, o quello di ogni persona che starà leggendo questo articolo, tanto questo libro parla di tutti noi, dell’umanità intera e della Storia, la quale di certo è uno scandalo che dura diecimila anni, ma è anche tutto uno scherzo.


Ci sentiamo presto,


Agnese Cazzalini


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